Boss scarcerati, i numeri veri sono 498

Spuntano anche i nomi del pluriergastolano Carmelo Terranova e di Francesco Barivelo, che uccise un poliziotto nel 1994. Tra gli scarcerati c’è Antonio Noviello, imprenditore affiliato ai casalesi e condannato per camorra. “In alcuni istituti di pena modellini ai detenuti per chiedere la scarcerazione”

Si tratta quindi di numeri più consistenti rispetto ai 376 di cui si parlava.

“Nessun boss è stato scarcerato per il Cura Italia”. Sono da giorni le parole d’ordine del M5S per difendere Alfonso Bonafede travolto dal caso ‘scarcerazioni’ e dalla ricostruzione del magistrato Nino Di Matteo sulla mancata nomina a capo del Dap.

Ora, però, arriva il primo camorrista scarcerato per il Cura Italia. Tutto secondo legge, ma tutto appare ancora più beffardo. Basta leggere l’ordinanza del Tribunale di Sorveglianza di Torino per capire. Il decreto Cura Italia del 17 marzo scorso ha consentito ai detenuti con un residuo di pena non superiore ai 18 mesi di uscire dal carcere andando ai domiciliari escludendo da questo beneficio i reati di mafia, ma una scappatoia si trova sempre. E tutto secondo legge.

Antonio Noviello, imprenditore affiliato al clan dei Casalesi, condannato ad una sfilza di reati, anche aggravati dal metodo mafioso, e per associazione camorristica, ha scontato la pena per i delitti di mafia e ora rientra, per reati comuni, nella cornice giuridica prevista dal Cura Italia. Si legge nel provvedimento, datato 23 aprile: “L’istanza è ammissibile poiché la pena residua da espiare è inferiore a 18 mesi di reclusione e le condanne relative a reati ostativi risultano interamente espiate”. Noviello torna nella terra dove il clan di appartenenza ha seminato sangue e terrore, precisamente presso “il domicilio della madre in Casal di Principe”. Noviello è in buona compagnia, la lista degli scarcerati è piena di nomi eccellenti, boss di ‘ndrangheta, di camorra e di mafia, ma bisogna precisare che ogni caso ha una sua specificità.

A pesare è stato l’immobilismo del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria già inerme di fronte alle rivolte carcerarie di inizio marzo quando a Melfi, ad esempio, i detenuti dell’alta sicurezza hanno preso in ostaggio il personale e ‘controllato’ il carcere prima del ripristino della normalità. Una situazione che aveva spinto i sindacati a chiedere le dimissioni del direttore del Dap Francesco Basentini all’epoca difeso dal ministro Alfonso Bonafede. Poi Basentini ha lasciato per il caso ‘scarcerazioni’ e dopo la mancata risposta del Dap che ha portato il boss Pasquale Zagaria dal 41 bis ai domiciliari, stessa sorte toccata ai boss Francesco Bonura e Vincenzo Iannazzo.

I boss scarcerati sono 498
I boss scarcerati, però, sono molti di più dei numeri letti in questi giorni sui giornali. Maria Vittoria De Simone, procuratore aggiunto presso la direzione nazionale antimafia, lo ha rivelato, ieri, durante un convegno online organizzato dal centro culturale ‘Gesù nuovo’: “Da marzo ad oggi abbiamo avuto 498 soggetti, prima detenuti nei reparti di alta sicurezza, tornati liberi o ai domiciliari. Abbiamo circa 500 soggetti che sono rientrati nei loro territori di origine e sappiamo cosa significa per una organizzazione mafiosa riavere il proprio vertice, gli affiliati di spicco, ma soprattutto sappiamo che risonanza questo può determinare e che risvolti devastanti produce per la sicurezza pubblica”.

La risposta al cronico sovraffollamento, alla mancanza di strutture ospedaliere di supporto, all’esigenza di garantire il diritto alla salute dei detenuti è stata una generalizzata corsa alla scarcerazione. De Simone ricorda la circolare dell’amministrazione penitenziaria, firmata da una funzionaria il 21 marzo, che invitava i direttori del carcere a segnalare ai magistrati di sorveglianza i casi di detenuti con patologie a rischio, a partire anche dalla sola età avanzata, in caso di contagio. Così si è innescato un effetto a cascata. “Addirittura proprio oggi abbiamo saputo – ha raccontato De Simone – di alcuni istituti penitenziari che hanno messo a disposizione dei detenuti dei modellini per presentare l’istanza per detenzione domiciliare”.

Nella lunga lista degli scarcerati che TPI ha letto spunta anche il nome di Francesco Barivelo. A sollevare il caso è , in queste ore, Donato Capece, segretario generale del sindacato Sappe: “Da alcune settimane è in libertà a Taranto, senza neppure il controllo del braccialetto elettronico, uno degli esecutori materiali dell’efferato omicidio del poliziotto penitenziario Carmelo Magli, ucciso a Taranto il 18 novembre 1994”. Un altro ergastolano è andato ai domiciliari, sempre per motivi di salute, si tratta del boss Carmelo Terranova, scontava tre ergastoli per omicidio.

Intanto il ministro Alfonso Bonafede prepara decreti per riportare i boss dietro le sbarre, questo è stato l’annuncio, ma non sembra una missione semplice. “Il problema – spiega Catello Maresca, pm anticamorra e sostituto procuratore generale a Napoli – non si risolve con gli interventi normativi, ma è un problema strutturale e sanitario. In due mesi si sarebbero potute evitare scarcerazioni dando risposte in questa direzione. Questi boss vanno a casa perché non si riescono ad assicurare le cure, se lo stato fosse riuscito ad assicurarle non sarebbero usciti. Bisognava subito dichiarare l’emergenza carceraria e ora paghiamo il prezzo di questa inefficienza”.

Fonte TPI

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