Come per l’arancina e l’arancino: il dialetto siciliano non è soltanto uno

Il dialetto che comunemente utilizziamo nelle nostre quotidiane chiacchierate svela segreti affascinanti che ci fanno comprendere come le lingue siano entità vive.

Il rapporto con la lingua – insieme alle curiosità che certi argomenti portano con sé – è di grande presa in tutti e tutte noi. La lingua, per altro, è uno degli aspetti della nostra identità, anche di siciliani e siciliane.

Una premessa è necessaria: il nostro contesto ci permette di attingere da un vasto repertorio linguistico, per cui ogni parlante si rifarà sia alla lingua nazionale, cioè l’italiano – che contrariamente a quanto riporta il titolo del pezzo è ampiamente parlato anche nella nostra isola – sia alle varietà presenti nel nostro territorio.

Non esiste, infatti, un solo tipo di italiano: ne abbiamo almeno quattro. L’italiano delle grammatiche e dei libri, lo standard. L’italiano dell’uso, detto neo-standard. Quello che si parla in ogni singola regione e che a volte confondiamo con il dialetto, quando invece bisognerebbe parlare di italiani regionali. Ed infine la lingua delle persone meno colte, o italiano popolare. Un parlante abile riesce a dominare queste quattro varietà, sapendo quando osservare o quando trasgredire la regola.

Ne è un esempio la lingua dei social network. Se da una parte assistiamo ad orrendi strafalcioni, dall’altra abbiamo un gioco linguistico che evidenzia proprio la competenza di chi lo mette in campo: esiti quali “hai stata citata” – per dire a qualcuno che è finito in una catena – rappresentano, forse, i casi più evocativi.

E sarebbe interessare capire quanto l’influenza dialettale incida in fatti come questo. Sempre sui social, possiamo leggere perzone (sì, con la –z–) per influsso del romanesco. La casistica è lunga, e non vorrei allontanarmi dal nostro punto di partenza.

Una cosa su cui occorre soffermarsi, a mio giudizio, prima di procedere è proprio la presunta differenza tra lingua e dialetto. Argomento scivoloso e per nulla pacifico. Perché – e parlo da ex studente e studioso di Dialettologia – in termini pratici essa non esiste. Come fa rilevare giustamente l’autore dell’articolo citato, i dialetti italiani derivano dal latino. Esattamente come il toscano. Un dialetto – ma prima si chiamava volgare – che a un certo punto ha fatto fortuna. Ed è da quel momento che si crea la differenza tra lingua, letteraria prima e nazionale poi, e parlate regionali. Ma sono tutte lingue.

Vale anche per la Sicilia: dal latino volgare si ramificano una serie di idiomi locali. Contrariamente ad altri luoghi, nella nostra isola non si crea tuttavia una variante comune – uso un termine tecnico: koiné – ma singoli dialetti. Ruffino nel suo pregevole libro Sicilia, della collana Profili linguistici delle regioni (Laterza), ci ricorda che abbiamo due grandi famiglie linguistiche: le parlate centro-orientali e quelle occidentali. Tale ricchezza è data da dominazioni precedenti (le cosiddette lingue di sostrato) a quella romana, che ha poi innestato il latino. E da dominazioni successive (le lingue di superstrato) che hanno portato parole nuove.

Un’ulteriore curiosità, riguardo il latino, è che non si è subito imposto nell’isola. Dove, invece, si è parlato il greco per molti secoli ancora dopo la conquista romana. E, dunque, anche l’eredità greca – per non parlare della gloriosa parentesi araba – ha giocato un ruolo essenziale nella nascita dei nostri dialetti. Sì, al plurale. Perché se volessimo tornare al titolo, bisognerebbe precisare quanto segue: il siciliano, di fatto, non esiste.

Concludo, infine, ricordando che tutte queste varietà – regionali e nazionale – hanno, agli occhi di chi le studia, lo stesso valore culturale. La stessa dignità d’esistenza. Non è l’opposizione con l’italiano a farne, a seconda dei punti di vista, realtà più o meno degne. Dovremmo vivere i nostri dialetti come sintesi di una serie di varianti. Come una pietanza, dove l’inserto di un certo termine è ingrediente che ne esalta il sapore. O dove un fenomeno grammaticale – come il futuro perifrastico siciliano, che in verità esiste, (contrariamente al futuro sintetico tipico dell’italiano usiamo più parole, come gli avverbi, per costruirlo) – è assimilabile ad un metodo di preparazione.

Di certo, abbiamo uno strumento vivissimo, espressivo e funzionale alla comunicazione quotidiana. Ed è ciò che conta, perché è quello il dominio che ci fa comprendere quando una lingua è viva. E quanto sia viva. E i dialetti siciliani, per fortuna, lo sono.

Fonte Balarm

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