Come riaprire asili, scuole e università nella fase 2

Tra i banchi di scuola si tornerà a settembre. In attesa che vengano rese note le modalità per una ripresa in sicurezza, abbiamo chiesto a tre interlocutori di spiegarci come cambieranno le aule e le attività didattiche, dagli asili nidi all’università: dall’esigenza di sanificare i giocattoli per i bambini di tre anni alle possibilità offerte dalla didattica a distanza, come nel caso della Luiss.

Distanziamento a tavola e al momento della nanna sì, mascherine per i bimbi no. Anche gli asili nido e le scuole dell’infanzia, ovvero la fascia d’età che va dagli zero ai sei anni, si preparano alla famigerata fase due, quella nella quale occorrerà convivere con il coronavirus.

“Non abbiamo alcuna fretta di riaprire senza che vi siano garanzie per i bambini e sicurezza sanitaria per chi lavora”, spiega all’AGI Cinzia D’alessandro, presidente del Comitato Educhiamo, il gruppo di professionisti della educatori nato lo scorso marzo, all’indomani del lockdown, su iniziativa di un piccolo gruppo di gestori di strutture private lombarde. A lei, che nel 1996 a Milano ha fondato La Locomotiva di Momo di cui è responsabile pedagogica, abbiamo chiesto quali sono le proposte avanzate per la riapertura di asili e scuole per i più piccoli.

Impossibile azzerare il contatto interpersonale
Da un lato ci sono le misure ritenute utili a limitare il rischio di contagio tra gli operatori che lavorano nelle scuole: indossare i dispositivi di protezione come le mascherine, innanzitutto, e fare tamponi e test sierologici ai dipendenti. Dall’altra i bambini: “Nella fascia d’età 0-6 anni è difficile immaginare di non avere vicinanza tra i bambini – ammette D’Alessandro – e sarebbe comunque contrario alla loro natura e al motivo per cui esistono asili e scuole dell’infanzia”. Alcune misure per limitare i rischi di contagio all’interno dei locali, però, si possono prendere: innanzitutto “misurare la temperatura dei bambini al momento del loro ingresso al nido e durante la giornata”, e poi “eliminare dalle attività i materiali e i giochi che maggiormente vengono toccati, scambiati e portati alla bocca, oggetti che comunque andrebbero lavati due volte al giorno con prodotti sanificanti”.

Attenzione poi al momento del pranzo, “durante il quale può accadere che si scambino le posate e il cibo”, per cui l’idea è quella di aumentare distanza dei posti a tavola”. Stessa cosa per le ore in cui dormono, disponendo i lettini ad almeno un metro l’uno dall’altro, anche perché “proprio mentre ci si riposa le difese immunitarie si abbassano”, spiega la presidente di Educhiamo.

“I bambini sono un veicolo oppure no?”
Prima ancora di ragionare su come riaprire, aggiunge D’Alessandro, occorre che la scienza chiarisca se, e in che modo, il Sars-Cov-2 coinvolga i bambini. “Non si è ancora capito se i bambini si contagiano oppure no – sostiene la pedagogista – e se possano essere un veicolo di trasmissione. Al momento non ci sono evidenze in questo senso, per cui speriamo venga fatta chiarezza”.

Al momento i casi noti di contagio tra i bambini sono pochi, ma è difficile sapere se siano pochi in valore assoluto oppure se sia semplicemente il riflesso di un numero molto basso di test effettuati tra le fasce più giovani della popolazione. Insomma, per avere un quadro del fenomeno occorreranno dati certi, che richiedono tempo.

“Dobbiamo evitare il contagio tra adulti e bambini, perciò ipotizziamo che i genitori non entrino nelle classi dei figli, ma che si fermino all’entrata delle strutture – prosegue Cinzia d’Alessandro – Che ad accompagnare i figli sia un solo genitore, che si faccia una fila come succede ora quando si fa la spesa e che la stessa cosa avvenga all’uscita”. Insomma, una serie di accorgimenti per evitare per quanto possibile che il virus abbia facilità nel diffondersi.

“Tornare alla normalità per evitare danni allo sviluppo”
Riaprire asili e scuole dell’infanzia, che in Italia sono circa novemila, non è soltanto una necessità per salvaguardare realtà e posti di lavoro: “Non è pensabile che i bambini non abbiano la possibilità di tornare a vivere una forma di normalità – sostiene D’Alessandro – Sarebbe una privazione dei loro diritti e avrebbe conseguenze dannose per il loro sviluppo, per le quali sono preoccupata io e lo sono anche i genitori”. In queste settimane di lockdown, aggiunge la presidente di Educhiamo, si è cercato di ovviare alla chiusura di asili e scuole ricorrendo alla tecnologia, proponendo alcune attività via tablet. Anche questa strada, però, è stata presto abbandonata: “I bambini, che nelle scuole imparano la socialità e ad avere fiducia in altre persone, hanno dimostrato di non amare l’esposizione al video, al punto che durante le videochiamate molti di loro piangevano”.

La soluzione, conclude, è una soltanto: il ritorno a una forma di normalità, seppur diversa da quella a cui siamo abituati: “Uno schermo rischia di peggiorare la situazione anziché portare beneficio, per questo chiediamo che almeno nei mesi caldi si possano sfruttare gli spazi all’aperto che alcune strutture hanno – dice D’Alessandro – Per quelli che ne sono sprovvisti, chiediamo ai Comuni di impegnarsi a riattrezzare i parchi urbani allestendo tensostrutture per consentire la vita all’aria aperta dei bimbi dell’asilo”.

Fonte AGI

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