Coronavirus, l’anno zero delle compagnie aeree: «Rischio fallimento per quasi tutte»

L’allarme del Centre for Aviation. Da Ryanair a EasyJet fino alle americane è corsa a tagliare i voli. E non si esclude di mettere a terra l’intera flotta.

Il coronavirus rischia di far fallire la maggior parte delle compagnie aeree nel mondo entro un paio di mesi. La previsione, fosca, è del Centre for Aviation-Capa, centro studi australiano, che lancia l’allarme e chiede un intervento immediato dei governi. Le ultime a soccombere, stando alla lettura dei bilanci più recenti effettuata dal Corriere, dovrebbero essere i vettori statunitensi, che potrebbero resistere fino a nove mesi (quindi dicembre 2020-gennaio 2021) senza volare vendendo però diversi asset e procedendo con migliaia di esuberi. «Quando tutto questo sarà finito l’aviazione si ritroverà con molte meno aziende e un mercato tutto da rifondare», confida l’amministratore delegato di un vettore europeo.

Velivoli vuoti
L’emergenza sanitaria, i blocchi da parte degli Stati, le politiche di contenimento decise dai governi (compreso quello italiano) che impongono anche lo stop agli spostamenti con qualsiasi mezzo hanno fatto precipitare la situazione nel settore del trasporto aereo che — ricordano diversi dirigenti — «richiede spese quotidiane elevate e costanti». I vettori hanno prima tagliati i collegamenti — prima con la Cina, poi con l’Italia —, ma quando il virus si è diffuso ormai ovunque hanno dovuto ridurre ulteriormente l’offerta, ritrovandosi a dover mettere a terra gli aerei e a procedere con gli esuberi o gli ammortizzatori sociali. Ma non basta. Per fare un esempio: United Airlines, uno dei vettori più grandi del mondo, ha annunciato il taglio dell’offerta del 50% tra aprile e maggio a causa del coronavirus, ma ha anche spiegato che nonostante questo il tasso di riempimento della metà dei voli rimasti non sarà superiore al 20-30%. Perché un volo venga considerato profittevole — o non in perdita — di solito bisognerebbe riempire il 78-80% del velivolo.

Flotta a terra
Tra aprile e maggio decine di vettori — soprattutto in Europa — metteranno a terra buona parte della loro flotta, arrivando a cancellare in media l’80-90% dei voli. L’ultima a lanciare l’allarme è Ryanair, la più grande low cost del Vecchio Continente e la prima nell’area per passeggeri trasportati. In una nota lunedì mattina il gruppo — che comprende anche Lauda, Buzz e Malta Air — sottolinea che le restrizioni governative per contenere la diffusione del virus «porteranno alla messa a terra della maggior parte degli aerei nei prossimi 7-10 giorni». E anche in quegli Stati dove i divieti non ci sono ancora, spiega la low cost, «la distanza minima richiesta a bordo renderebbe il volo impraticabile se non impossibile». Per questo nei prossimi due mesi l’aviolinea taglia l’offerta di sedili fino all’80% e «non si può escludere la messa a terra di tutta la flotta».

«Nessuna garanzia di sopravvivenza»
Lo stesso giorno una nota agli investitori da parte di easyJet — la seconda low cost europea e terzo vettore in Italia per passeggeri trasportati — anticipa che l’azienda metterà a terra la «maggior parte» della flotta e che procederà a un ulteriore taglio delle rotte e dei voli nei prossimi giorni. La società non fornisce numeri, ma la sforbiciata — stando a quanto riferiscono due fonti aziendali — potrebbe toccare anche il 90% e non viene escluso lo stop alle operazioni per un «limitato periodo di tempo», proprio come per Ryanair, «fino a quando la domanda non si riprenderà». «Non c’è alcuna garanzia che le compagnie europee sopravvivranno a un blocco di lungo periodo dei viaggi e ai rischi di una lenta ripresa», viene spiegato nella nota. Anche Finnair — vettore esposto sul fronte asiatico dove ottiene la maggior parte dei ricavi — ha deciso di tagliare i movimenti del 90% da subito «e fino a quando la situazione non migliorerà».

I cambi di strategia
Anche la profittevole Iag — holding di British Airways, Iberia, Vueling, Aer Lingus e Level — ha annunciato il taglio del 75% dei voli e posticipato il cambio al vertice: l’attuale ad Willie Walsh resterà per ancora qualche mese, mentre il successore Luis Gallego continuerà a dirigere Iberia. Il coronavirus provoca un terremoto anche dentro il gruppo Lufthansa (che include anche Swiss, Austrian Airlines, Eurowings, Brussels Airlines, l’italiana Air Dolomiti): oltre al taglio generale di almeno il 70% delle partenze, dal 18 marzo Austrian smette di volare senza precisare quando riprenderà. Conseguenze enormi anche per la polacca Lot, la nordica Norwegian Air e la low cost Wizz Air. Lo stesso anche per Air France-Klm che oltre a ritirare gli aerei più grandi, prevede una sforbiciata tra il 70 e il 90%.

In Italia
Non si salvano i vettori italiani, ormai ridotti a quattro — Alitalia, Air Dolomiti, Blue Panorama, Neos — dopo il crac di Ernest (a gennaio) e la messa in liquidazione in bonis di Air Italy (l’ex Meridiana, l’11 febbraio scorso). I ricavi sono crollati o si sono azzerati negli ultimi giorni. Per questo il governo sta lavorando su un doppio binario: da un lato stanziare 600 milioni di euro per il 2020 per l’intero settore del trasporto aereo e dall’altro la creazione di una società tutta o quasi pubblica che rilevi Alitalia, come anticipato dal Corriere sabato scorso.

I danni
Nel 2020 le compagnie aeree, secondo le previsioni della Iata (la principale associazione internazionale di categoria), avrebbero dovuto registrare ricavi complessivi per 908 miliardi di dollari. Ma tre mesi dopo quelle stime la stessa Iata non esclude che i mancati introiti possano ammontare a 113 miliardi di dollari, cifra che in realtà dovrebbe persino aumentare. L’emergenza sanitaria inciderà anche sui passeggeri, sempre in crescita negli ultimi anni. Se nel 2019 si sono imbarcati in 4,54 miliardi in tutto il mondo per il 2020 la Iata stimava 4,72 miliardi. Con il coronavirus il dato potrebbe calare di almeno un miliardo.

Fonte Corriere

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