Festa di San Giuseppe: 2020 come 1968. Nessun festeggiamento

Si avvicina la ricorrenza di San Giuseppe, una festività molto sentita da tutta la popolazione castelvetranese. Già da qualche mese i volontari sono al lavoro per preparare gli altari e i relativi “pani e panuzzi” per il suo ornamento. Si tratta di un lavoro certosino e artistico, che richiede perizia e pazienza, che ogni anno si effettua per fede.

È da circa due mesi che presso la sacrestia della chiesa di San Giuseppe, sopravvissuta alla furia devastatrice dell’uomo, si sta lavorando alacremente per tale preparazione. Purtroppo questa ricorrenza dell’anno 2020 resterà nella storia, perché a causa del coronavirus sono sospese tutte le manifestazioni pubbliche.

Lo stesso avvenne nel 1968 con il terremoto. Si spera almeno che l’anno prossimo si ritorni alla normalità. Se il coronavirus impedisce la rappresentazione degli altari, sicuramente non potrà impedirmi di pubblicare quanto è di mia conoscenza su questa bellissima tradizione.

Secondo la tradizione castelvetranese, chi ha fatto un “voto” a San Giuseppe, a grazia ottenuta, oltre alla “cena” (tavolata), che spiego in altro articolo, deve preparare “l’Altare di San Giuseppe”, un lavoro collettivo, dove partecipano persone, che conoscono il compito da svolgere.

Per preparare l’altare occorre anzitutto una struttura in legno a forma di cappelletta, compito spettante ai maschi della famiglia; l’altare, posto in fondo, è formato di alcuni ripiani, (da tre a cinque), a forma di gradinata, coperti da una tovaglia bianca; in cima agli scalini è posta un’immagine della “Sacra Famiglia”. Gli scalini vengono ornati con il pane di frumento riccamente lavorato, di varie forme, che rappresentano i vari simboli della tradizione cristiana.

Tutto l’altare è decorato da lumini, vasi di fiori, piatti con germogli, brocche di acqua e di vino; altri ornamenti sono: rametti di mirto, alloro, ulivo, palma, nonché agrumi e fiori. Ma la meraviglia dell’altare sono i numerosi “panuzzi”, fatti di pasta di pane non lievitata dalle lavorazioni da fare invidia ai migliori ceramisti di Capodimonte.

Quindi l’altare, frutto di vera fede religiosa dedicata al Patriarca rappresenta anche un vero capolavoro d’arte barocca popolare. Per la sua costruzione e per la preparazione dei “panuzzi”, occorrono decine di giorni di lavoro e vi partecipano tutti i vicini di casa.

Una volta per tale ricorrenza si preparavano i “Pani di San Giuseppe”, dei grossi “cucciddati” (pane a forma di ciambella) di semola di grano duro, del peso di 5 a 8 kg, che venivano posti nel centro dell’altare. Questi pani, dopo averli preparati, con lavorazione ornamentale al centro e all’esterno, si “squaravanu” (si immergevano in grande “quarare” (caldaie) di rame con acqua bollente), si infarinavano, si lisciavano per coprire eventuali spaccature, si ponevano in teglie unte di sugna e si infornavano.

Ne usciva fuori un pane molto duro, ma friabile allo stesso tempo. Il pane si appendeva con uno spago ad una trave, dopo averlo avvolto da un “cannaveddu” (una tela rustica usata per gli alimenti) e si mangiava assieme alle zuppe invernali di legumi od ortaggi. Per la sua particolare preparazione durava molto nel tempo, anche fino a maggio.

Il Pitré così li descrive: “essere così grandi che per mettersi in forno esigono lo allargamento della bocca di esso”. L’usanza, di dare forme ai pani è antichissima.

Durante il paganesimo i Romani preparavano pani votivi antropomorfi, cioè plasmati secondo precise forme simboliche, come la chiave o la forbice, che, secondo la tradizione pagana facilitavano la fuga dagli inferi.

Durante il Cristianesimo si sono aggiunte altre forme: la colomba = simbolo della pace, il pavone = l’immortalità, la palma = la redenzione, il pesce = simbolo del Cristianesimo, l’agnello = il sacrificio di Cristo, gli angeli = l’annunciazione, la sfera, con la scritta J.H.S. (Jesus Hominum Salvator) = l’ostensorio, il corpo di Cristo, la scala, la croce, la corona di spine, la lancia, il martello e i chiodi, che rappresentano la passione di Cristo.

Inoltre: la sega, l’ascia, il martello la pialla, lo scalpello = i ferri del falegname, mestiere del Patriarca, il bastone = la purezza di San Giuseppe, i cuori = l’amore fra i membri della famiglia, aquila con due teste = stemma della Casa di Davide, cavallo= intelligenza, cane = fedeltà, pane a forma delle lettere G. M. G. = iniziali di Gesù. Maria e Giuseppe Li cucciddati”, a forma di sole, simboleggiano la luce divina. Il melocotogno = amore, arancio = felicità, alloro = sapienza divina, fave = generosità, melograno = carità e resurrezione di Cristo, il melograno aperto = Cristo che dona se stesso agli uomini, farfalle e uccelli = le cose non terrene, la frutta = segno di abbondanza, i fiori, oltre ad ornamento = la natura, i pesci = il Cristianesimo, ecc.

Sull’altare si trovano spesso in una vasca di vetro con l’acqua, pesciolini rossi, vivi, che sono simbolo di innocenza. Al centro dell’altare, in alto si trova sempre il quadro con l’immagine della Sacra Famiglia; alla sinistra del quadro, dalla parte di San Giuseppe, si pone un pane a forma di sole, mentre alla parte destra quello della luna, simboli della luce.

Secondo la tradizione, tutta la struttura portante è rivestita da piante sempreverdi, come l’alloro o il mirto, con la quale, durante il paganesimo si ornavano i carri votivi. Inoltre, si appendono a ricoprire la struttura i “panuzza” di varie forme simboliche e di arance e limoni, simboli di offerta simbolica propiziatoria.

Molto artistici sono “li squartucciati”, tradizione di Poggioreale. Squartucciari o scartucciari in siciliano significa scolpire; e, infatti, si tratta di una vera scultura: su di un pane, dalla forma schiacciata si pone uno strato di fichi secchi macinati, e ricoperti di una foglia di pasta bianca.

Questa foglia viene scolpita con un bisturi a disegni meravigliosi che fanno risaltare il sottofondo oscuro dei fichi secchi macinati. Fra i fiori ornamentali la tradizione preferiva quelli di fresia che in questo periodo sono al massimo della fioritura. Una volta si aggiungevano anche “li piattini” di frumento germogliati al buio, che poi andavano ad ornare “li Sepurchi” del Giovedì Santo.

Secondo il Pitrè, un antropologo della fine 1800 <<una volta la preparazione dell’altare avveniva fuori dalle case, nei cortili o nelle piazze del paese, oggi invece viene allestito dentro casa, mentre il pranzo continua ad essere consumato all’aperto, in spazi pubblici o su appositi palchi allestiti nelle piazze riccamente ornati di rami di alloro, palme e rami di cedro>>.

Dopo il terremoto del 1968 e la chiusura della chiesa di San Giuseppe, per inagibilità, la tradizione del “votu, l’artaru e cena”, era scomparsa del tutto per alcuni decenni; intorno all’anno 2000, per merito della fede di alcune famiglie, questa tradizione è ricominciata timidamente, finché nel 2017 si riprese in grande, con otto altari, merito dell’arcipretura della chiesa Madre diretta da padre Undari, della confraternita di San Giuseppe, dell’amministrazione comunale, della Pro Loco e, principalmente di molti volontari.

Fonte Castelvetranonews

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: