La Protezione Civile acquista mascherine da aziende con sede in paradisi fiscali

Un’inchiesta del quotidiano La Stampa, realizzata con IrpiMedia dai giornalisti Matteo Civillini e Gianluca Paolucci sta mettendo in luce alcune importanti contraddizioni relative alla gestione dell’emergenza Coronavirus.

I giornalisti hanno potuto accedere ai contratti stipulati dall’organismo che sta gestendo la crisi: sono 91, per un totale di 356 milioni di euro, e hanno scoperto alcuni importanti elementi che riguardano la gestione dell’acquisto delle mascherine, tra pagamenti da effettuare in paradisi fiscali, curiosi rapporti politico-commerciali con la Cina e prezzi ben al di sopra dei 50 centesimi a prodotto.

Tra gli elementi più rilevanti della ricerca, c’è proprio quello del prezzo. La promessa delle mascherine chirurgiche a 50 centesimi sembra infatti difficile da mantenere: le forniture della Protezione civile indicano prezzi più alti: dai 70 centesimi della Pluritex srl (contratto del 3 marzo), alla Imagro che li ha venduti a 60, fino alla Tokyo Medical Cosulting che dichiara un prezzo di 1,67 euro l’una per per un totale di 435 mila euro già liquidati.

Le aziende respinte da Consip
IrpiMedia ha evidenziato come tra le società coinvolte dalla Protezione civile ci siano due aziende che erano state escluse da Consip, la Winner Italia, e la Agmin Italy, con quest’ultima che aveva vinto una serie di lotti nelle gare Consip per mascherine e altri dispositivi per essere poi esclusa dopo le verifiche. Nel 2014 l’azienda aveva vinto un bando dell’Unione Europea, da quasi un milione di euro, per la fornitura di prodotti in Bielorussia. La Commissione Europea avrebbe però verificato che la merce non era stata effettivamente consegnata, e che l’azienda non avrebbe sostituito la garanzia finanziaria necessaria dopo che quella precedentemente emessa era risultata non valida.

Fonte TPI

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