Palermo torna ai tempi del “sacco” edilizio: ma c’è un modo (green) per salvare la città

Le cronache raccontano di nuovi e crescenti interessi che potrebbero stravolgere l’assetto urbano: ma fra archeologia industriale e aree verdi ci sono speranze concrete.

In questi giorni caldi in cui il fantasma della speculazione edilizia torna a fare capolino nelle inchieste roventi della procura di Palermo, città che fu l’icona stessa del sacco edilizio dell’asse politico-mafioso tra gli anni Cinquanta e Ottanta, sento l’esigenza di suggerire una strada altra rispetto a facili e comprensibili manifestazioni di indignazione e sgomento.

Esse non bastano e non basteranno ad arginare un fenomeno, quello del malaffare diffuso e dilagante, che non sembra avere argini e fuoriuscire dalla carne viva delle istituzioni in quella sorta di retaggio che non abbiamo saputo metabolizzare facendo tesoro di quelle due parole che volle donarci Giovanni Falcone: “colletti bianchi”.

La Piana dei Colli a Palermo

Non basta infatti affidare alla sola magistratura ancora una volta il compito di fare chiarezza e giustizia, è il momento che la nostra rabbia sappia trasformarsi in un vero e concreto cambio culturale perché è questo ciò che serve, è questo ciò che è in grado di fare la differenza quando l’adrenalina di questi giorni sarà passata.

Nel concreto cosa serve adesso?

Stante che i luoghi “appetibili” oggi portano il nome di “archeologia industriale”, serve che la destinazione d’uso di queste aree, quasi sempre ormai poste all’interno di brani già fortemente urbanizzati e vere e proprie occasioni di riscatto per la città, diventi a prevalente vocazione di “servizi e parchi”, magari tematizzandole rispetto alla vocazione territoriale in cui insistono. Il Consiglio Comunale può fare tale indirizzo ( indirizzo e controllo sono le due sole armi che il Consiglio dispone per amministrare il suo territorio).

Un esempio?

Bene, pare che una delle aree d’interesse oggetto di “attenzioni” fosse quella della zona dismessa ex-Keller a margine della via Maltese e La Malfa, area questa che da anni suggeriamo diventi oggetto di un piano particolareggiato che sostituisca bonificandola l’area industriale facendola diventare il cuore del Parco Diffuso della Piana dei Colli o per meglio dire, di ciò che ne rimane dai tempi del primo sacco edilizio.

A margine dell’area infatti insiste il circuito delle Ville dei Colli, tra cui le vicinissime Villa Pantelleria e Maria, le quali unitamente al museo del Caffè Morettino, costituirebbero la porta d’accesso a chilometri di parco diffuso ciclo pedonale esteso da Viale Francia fino alle borgate di Tommaso Natale e Sferracavallo, utilizzando la vecchia sede ferroviaria dismessa in superficie, ormai percorso sotterraneo del raddoppio ferroviario in direzione dell’aeroporto. Il tutto aggettivato dalle diverse fermate metropolitane in quello spazio in cui un tempo passava il treno e in cui se ci passava il treno, ci passeranno benissimo persone e biciclette e che è già pronto per essere recuperato e fruito.

Un chilometrico polmone verde di servizi realizzati per la pubblica fruizione, a margine del quale potranno sorgere ristoranti, palestre, ludoteche, musei, biblioteche, opere di street art, piccole attività commerciali e senza il cemento armato di speculatori e politici compiacenti, un percorso nella città per i cittadini proiettato realmente nel tanto, troppo inflazionato concetto di sostenibilità architettonica e generatore esso stesso di altri virtuosismi spaziali e culturali nel recupero delle diverse aree poste in tangenza e vicinanza del percorso chilometrico.

Luogo in cui, a fronte di scarsi guadagni possibili per qualsiasi comitato d’affari, sarà impossibile qualsiasi speculazione a danno dell’interesse pubblico. Renzo Piano la chiama Ricucitura Urbana!

Basterà questo?

No, ma sarà l’inizio di un diverso modo di pensare mettendo al tappeto gli appetiti insaziabili dei colletti bianchi interni o esterni che siano alle istituzioni, attraverso la consapevolezza che l’unico argine reale e possibile, sia quello costituito dalla reale progettazione partecipata e dall’uso esteso dei concorsi di progettazione in cui premiando il progetto migliore, si premia il progettista più bravo lasciando che sia lui e non un comitato d’affari, a realizzarlo!

Il parco diffuso è già una realtà concettuale da anni, capace persino di arginare il malaffare divenendo in potenza il primo reale atto concreto di rigenerazione urbana nella città del Sacco!

Oggi ringraziamo la magistratura e quei pochi politici, ma ne basterebbe solo uno per salvare “Sodoma2020” che hanno costruito pezzi di argine, ma oggi la politica è fortemente in debito non con i cittadini e nemmeno con la storia, ma ancora una volta e senza retorica radical chic, lo è nei confronti di Giovanni e di Paolo per questo “schifo” seguito al loro immane sacrificio.

Solo la cultura del progetto potrà salvarci dalla cultura del sentire mafioso e da quei facili guadagni di pochi a danno di una intera comunità oggi, fortemente provata.

Ai colletti bianchi, ho sempre preferito i lenzuoli dei balconi, e non credo più di essere il solo.

Fonte Balarm

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