Perché quella del Covid-19 non è fra le peggiori pandemie della storia

Uno studio ha messo a confronto i tassi di mortalità delle pestilenze degli ultimi 2000 anni.

Se quella che il mondo sta sperimentando non è, in termini di mortalità assoluta e relativa, fra le peggiori pandemie della storia dell’uomo, è probabilmente solo grazie alle misure di contenimento che sono state prese quasi ovunque sul pianeta e alle migliori condizioni dell’assistenza sanitaria rispetto al passato.

È quanto risulta da uno studio comparato sui dati storici, realizzato dai ricercatori di Deutsche Bank. “Non si era mai vista prima una situazione in cui quasi tutta l’economia globale è stata posta in condizioni di lockdown” si legge nella premessa. “Detto questo, quanto grave è questa pandemia rispetto a quelle viste attraverso la storia? O meglio, quanto grave finirà per essere?”.

Lo studio mette a confronto i dati sulla mortalità delle 27 peggiori crisi epidemiche della storia umana, a partire dalla Peste antonina del Secondo secolo dopo Cristo per finire con l’attuale del Covid-19. Considerando i numeri dei morti tramandati dai testi storici in rapporto alla popolazione mondiale nei rispettivi momenti, la peggiore è stata di gran lunga la Peste nera che nel Quattordicesimo secolo sterminò oltre il 40% della già poco popolosa umanità dell’epoca, seguita dalla Peste di Giustiniano, che nel Sesto secolo d.C. aveva registrato una mortalità del 28%. Sono livelli mai raggiunti in nessuna altra occasione della storia: il tasso dell’Influenza spagnola, un secolo fa, fu del 2,73%.

Oltre a dipendere dal fatto che nei secoli la popolazione della terra è aumentata esponenzialmente (dai poco piu’ di duecento milioni di umani nei primi secoli dopo Cristo si è passati ai 1,8 miliardi dell’epoca della Spagnola per arrivare agli attuali 7,7 miliardi di abitanti del pianeta), la riduzione della mortalità si deve anche ai clamorosi miglioramenti delle condizioni igieniche e sanitari di quasi tutti i paesi e, nel caso del Covid-19, ai provvedimenti di chiusura delle attività in gran parte del globo, a loro volta determinati dal “basso livello di tolleranza” rispetto alla morte caratteristico delle società attuali. Questo, deducono gli studiosi, determinerà analoghe scelte di interruzione delle attività per contrastare la diffusione dei virus anche nelle molto probabili pandemie del futuro, si legge nel rapporto.

Una delle maggiori difficoltà incontrate dai ricercatori è stata legata all’individuazione di un tasso di mortalità affidabile per il coronavirus: allo stato attuale, è pari allo 0,002% della popolazione mondiale, ma lo studio cita l’esempio dell’elevatissimo rapporto morti/malati registrato in Italia (oltre il 12%), spiegando che è molto probabilmente dovuto alla sottostima del numero dei contagiati, nonostante si riconosca che l’Italia è fra i paesi che effettuano il maggior numero di tamponi.

Quanto alle simulazioni “senza lockdown”, i ricercatori DB provano a basarsi su quanto accaduto sulla nave Diamond Princess: in quel caso, spiegano, il tasso di mortalità è pari allo 0,23% che proiettato su una scala mondiale porterebbe a 17,6 milioni di vittime: in termini assoluti, l’attuale pandemia diventerebbe, senza l’effetto mitigatore delle misure restrittive, la quinta più letale della storia; in termini relativi, la 13/ma.

In conclusione, spiega il rapporto, se questa non è la peggior pandemia della storia, lo dobbiamo con ogni probabilità soprattutto alle misure di lockdown, mai prima d’ora sperimentate dall’umanità. Senza dimenticare che, in prospettiva, il livello resterà contenuto grazie all’auspicabile scoperta di un vaccino efficace nella creazione di anticorpi per prevenire l’ulteriore diffusione del Covid-19.

Fonte AGI

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: