Quanti italiani devono usare Immuni perché serva a qualcosa?

Il virologo Bucci riferisce di aver parlato di questo con i creatori di Immuni, “per chiedere se avessero fatto questi calcoli. Mi hanno risposto di no, perché nessuno glielo aveva chiesto“.

Ma visto che, stando agli ultimi dati, solo il 66% degli italiani ha uno smartphone, sappiamo già che il traguardo è irraggiungibile. A meno che – aggiunge Bucci – lo Stato non distribuisca telefonini a chi non ne possiede“.

E l’importanza della elevata penetrazione della app nella popolazione sta nel fatto che “ha a che fare con il famoso R0, l’indice di contagio, che nel caso di Covid-19 sappiamo essere 2,5: un contagiato infetta in media altre 2,5 persone” e immaginando la situazione ideale di un contagiato che frequentando una popolazione composta da 2,5 persone le infetta entrambe ma di di questa popolazione solo il 50% usa la app e viene avvisata del contatto con il coronavirus. Questo significa che l’altra metà della popolazione (cioè 1,25 persone) non saprà di aver frequentato un contagiato e di essersi infettata. Dunque è come se avessimo abbassato l’R0 (tasso di contagiosità, ndr) da 2,5 a 1,25. Ma il suo valore è comunque maggiore di 1 e quindi l’epidemia non è affatto sotto controllo.

Il professore aggiunge che in un quadro più realistico “se il contagiato in questione ha frequentato 1000 persone e tra loro solo il 50% usa la app, la probabilità di trovare le 2,5 che hanno contratto il virus è bassissima. Per questo, sono arrivato alla conclusione che si deve puntare a una copertura di almeno il 70% degli italiani“.

Bucci riferisce nell’intervista al quotidiano romano di aver parlato di questo con i creatori di Immuni, “per chiedere se avessero fatto questi calcoli. Mi hanno risposto di no, perché nessuno glielo aveva chiesto. Ecco, la cosa più preoccupante di questa vicenda è che nelle varie task-force governative non ci si sia posti la domanda più semplice: qual è il numero minimo di italiani che devono usare la app perché abbia senso?”.

Una app che comunque “mi sembra molto ben fatta dal punto di vista tecnico: difficile immaginare una soluzione migliore per proteggere la privacy dei cittadini. Ma non so quanto possa essere utile se la userà una percentuale di popolazione inferiore al 70%”, aggiunge l’esperto. Il quale evidenzia anche un altro aspetto: se utilizzata a livello di singole regioni, anche qui “deve essere comunque molto alta la percentuale di utilizzatori e non ci devono essere scambi con aree esterne non controllate. Comunque persino in Corea del Sud, dove la penetrazione dei telefonini è ben più alta, alla app hanno affiancato carte di credito e telecamere di videosorveglianza”.

Bucci evidenzia poi il fatto che ancora non è chiaro se Immuni avviserà solo i singoli cittadini o se le informazioni arriveranno in qualche modo anche alle strutture di medicina territoriale, e cita l’esempio di Vo’ Euganeo: caso esemplare che ci ha insegnato quanto sia “fondamentale scoprire in qualunque modo i nuovi focolai, per isolarli con le zone rosse e poi fare test a tappeto. Una app che avvisasse i medici sul territorio li aiuterebbe a individuare precocemente i focolai”.

E in tal caso la privacy sarebbe comunque salva, perchè “basterebbe trasmettere ai medici solo il luogo di residenza e non tutti gli spostamenti di chi è venuto in contatto con il virus”.

Fonte AGI

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